Trentanovembre1

“Il ricordo è un indumento smesso.
La ripetizione è un indumento indistruttibile.”

Søren Kierkegaard

Lo scrittore Giorgio Falco mi ha detto che quindici dei suoi primi diciotto compleanni sono stati avvolti dalla nebbia: cupezza atmosferica e scarsità di luce appena al di là della finestra, mentre lui soffiava sulle candeline della torta. È nato infatti il 30 novembre 1967, ha vissuto nell’hinterland sud di Milano, in un tempo che, oggi, potremmo definire l’ultimo prima della scomparsa della nebbia. Falco ha cercato per alcuni anni di scrivere, invano, un testo intitolato Trenta novembre, in cui il senso di estraniamento – da se stesso, dal mondo – partiva proprio dalle oggettive condizioni atmosferiche, il presente nebbioso e offuscato, che combatteva contro il tentativo della memoria di restituire qualcosa di nitido, sottraendolo all’oblio, alla morte. Il mio lavoro parte proprio da uno dei fallimenti ai quali ogni artista va incontro: nasce così Trenta novembre, autobiografia impersonale in cui le immagini personali convivono con la superficie qui invisibile che le ha prodotte, il flusso sociale ed economico incombente, dal quale sottrarre e salvare questo inventario del corpo in archivio, di un tempo già postumo. Trenta novembre è un’opera in progress, fatta di fotografie e scrittura. Paesaggi ri-visti. Spazi abbozzati. Architetture che non vanno al loro posto. Persone fotografate o ritrovate in un archivio familiare e privato come se potessero essere ospitate nella mente altrui. Il lutto per il passato racchiuso in un simile archivio è ormai capovolto da un riadattamento che smantella la monumentalità dell’evento storico. Il lavoro genera una struttura mobile di spazio vissuto, il luogo in cui le immagini, trasformandosi in architetture, possano scomporre il lavoro in un lutto microstorico. I nostri interni sono spazi in cui il fuoco è a lato, altrove, è come vedersi attraverso uno specchio distratto. Il futuro sogna il passato mentre la realtà virtuale diventa un percorso psicanalitico à rebours, un mezzo per riavvolgersi al punto di partenza.

(testo di Sabrina Ragucci)