Luogo Eventuale 04-07. Personale di Sabrina Ragucci

January 25, 2008

“Luogo Eventuale 04-07″
34 fotografie di Sabrina Ragucci

Presso lo Spazio Espositivo in Corso Vittorio Veneto 27,
Massa Lombarda (Ravenna).

In occasione dell’inaugurazione si tiene un incontro dal titolo “sembra facile” presso la Biblioteca Comunale C. Venturini, ore 15.30, Viale Zaganelli,2 Massa Lombarda (RA)
Intervengono: Giorgio Falco, Guido Guidi, Sabrina Ragucci, Giovanni Zaffagnini.

Sembra facile
di Giorgio Falco
Questo testo è stato pubblicato su Liberazione il 25 gennaio 2008 e letto in occasione dell’inaugurazione

Il titolo di questo incontro è Sembra Facile. Sembrare del resto è una peculiarità della fotografia. Facile perché l’accessibilità del mezzo fotografico pare ormai riconosciuta ma dovremmo chiederci se questa democratizzazione sia reale.
Sembra Facile. “Se sei lì, puoi fare delle buone fotografie” (Kyochi Sawada).
Innanzitutto devi uscire di casa (e per quanto mi riguarda, è difficile già solo questo), avere l’attrezzatura necessaria, fotografare e tornare con il raccolto. Ma di questo parleranno molto meglio i fotografi.
Mi interessa la capacità evocativa e narrativa che le buone fotografie riescono a dare.
E ancora: la possibilità dei diversi livelli di lettura.

Prendiamo una fotografia di Garry Winogrand. È tratta da un libro del 1969, “The Animals”, un lavoro sullo zoo di New York. Molti artisti hanno affrontato il proprio bestiario e anche Winogrand ha fotografato spesso gli animali.
Ha fotografato gli animali e le persone ai rodeo di Fort Worth, Texas (tornando per alcuni anni in quella stessa fiera). Ha fotografato lo zoo di New York come milioni di altre persone. Che differenza c’è tra il lavoro di Winogrand e quello di milioni di persone che vanno allo zoo, fotografano gli animali in modo più o meno estemporaneo e magari riescono anche a fare una singola, buona, inconsapevole fotografia?
Innanzitutto l’approccio. Da visitatori o turisti. Arrivano, passano, fotografano, mangiano pop corn e noccioline, parlano con i loro amici, sgridano i figli. Sono lì per passare una domenica, per passare il tempo. Alcuni fotografano gli animali e cercano di catturare l’elemento tragico, buffo, pittoresco, comico, grottesco, per strappare una risata, anche a se stessi, per riaffermare ancora una volta il primato dell’uomo sull’animale rinchiuso nella propria sconfitta, dentro lo zoo che ha da sempre il duplice aspetto di solidarietà e controllo, salvezza e reclusione.
Al tempo stesso, Winogrand è lontanissimo dal lavoro di un fotografo che fa reportage. Si potrebbe dire, con una provocazione paradossale, che Winogrand, a un primo superficiale raffronto, sia più vicino a una fotografo qualsiasi che a un fotografo di reportage. A parte qualche rara eccezione, considero il reportage fotografico (e non solo fotografico) un genere in cerca di scorciatoie, i temi trattati dal reportage sono spesso condivisibili, è difficile non essere d’accordo con i reportage, ma non dovremmo essere qui per avere ragione.
Quasi sempre la fotografia di reportage si limita alla denuncia. Cosa farebbe la fotografia di reportage in uno zoo? Insisterebbe sulla reclusione degli animali, sulla loro sofferenza, oppure accentuerebbe gli aspetti paradossali dello zoo, per cercare sdegno, un sorriso di tenerezza o una risata compiaciuta.
Il fotografo di reportage fa del caos un motivo estetizzante, come se il caos fosse la vetrina di un negozio, tutto ciò che è visibile è esposto, a tal punto che, come la merce, si vede solo ciò che è esposto.
“Il pittore non dipinge su una tela vergine, né lo scrittore su una pagina bianca, ma la pagina o la tela sono già talmente ricoperte di luoghi comuni preesistenti e prestabiliti, che bisogna prima di tutto cancellare, pulire, ridurre, addirittura dilaniare, per far passare una corrente d’aria generata dal caos che ci porta alla visione.” (Deleuze).
Le fotografie di Winogrand invece, come ha scritto giustamente nell’introduzione John Szarkowski, non solo hanno una perfezione grafica, ma soprattutto disciplinano il caos senza romperne lo spirito.
Non c’è solo una perfezione grafica, una maniacale ricerca di forma. C’è l’assimilazione del luogo, così dentro l’artista da esserne parte integrante.
Ecco la foto di un uomo e una donna allo zoo, durante una giornata di sole newyorkese. Parlano appoggiati a una ringhiera, danno le spalle alla gabbia dove, un lupo bianco, cammina lentamente. Una quiete transitoria, certo, e il futuro senso di minaccia non è dato dal lupo. Mi colpisce la lentezza del passo del lupo bianco, la lucentezza del lupo bianco rinchiuso nella gabbia. Le sbarre della gabbia sono evidenziate dalla stampa che lì volge al nero. Chi è in questa fotografia, il lupo? L’uomo cinge la donna ignara che non si accorge dell’abbraccio discreto ma deciso. L’uomo ha appoggiato la mano sulla ringhiera, per adesso. La donna parla con le braccia conserte, l’ombra della donna si proietta su parte della faccia dell’uomo. La faccia dell’uomo è per tre quarti scura e per un quarto bianca, pallida quasi quanto il lupo che cammina lentamente verso il confine delle sbarre.

Oppure, sempre a proposito di animali, il cane nero nella foto di John Gossage: il cane nero fradicio cerca riparo sotto una tettoia che non esiste, davanti a un edificio bianco a un piano, dove c’è un’officina chiusa, e dentro l’officina un’auto parcheggiata. Piove e quasi sentiamo battere le gocce sull’asfalto, abbagliati dal riflesso dell’edificio bianco sul selciato nero del piazzale, la pioggia sul cane, su Gossage che scatta, su noi che guardiamo.
Guardiamo le notti d’estate, una giostra, la ruota racchiusa nella porzione di cielo più scura, mentre sopra sopravvive un po’ di luce, nella foto di Robert Adams, il più letterario dei fotografi americani in vita. Che cosa è il celeberrimo capitolo L’evento tossico aereo di De Lillo in Rumore bianco se non un aggiornamento della ricerca fotografica iniziata mezzo secolo fa da Adams? Quali sono gli effetti dell’inquinamento sulle coste dell’Oregon, sulla risacca del Pacifico ritratto in bianco e nero? Quali sono gli effetti delle piogge acide sulle foreste dell’Ovest? Cosa è rimasto dell’Ovest nel territorio americano?
Una fotografia tratta da “At work” di Lee Friedlander. Un’impiegata americana, in uno di questi open space, dove l’ariosità è una forma di controllo, la sedia vuota.

Nelle fotografie di Sabrina Ragucci trovo molti elementi comuni con la migliore tradizione americana, il suo lavoro è esperienza di un paesaggio italiano visto da vicino, “non idee ma nelle cose” (William Carlos Williams). Oltre alla precisione formale e alle citazioni c’è sempre una visione sociale, pur restando ben distante dai moralismi ideologici o politici. Come nel manico della scopa che spunta appena nel ritratto di una donna quasi anziana che indossa una maglia gialla del colore delle mura domestiche. In quel ritratto c’è tutta la condizione femminile in Italia, ma senza strilli, solo con l’allusione alla tradizione pittorica.

Sembra Facile. Io amo molto i fotografi che si misurano su temi che paiono così facili, scontati, accessibili, però tirano fuori qualcosa d’altro, qualcosa che, all’osservazione iniziale, non esiste.
Un po’ come la fine di un racconto. Deve sorprendermi senza sconvolgermi, deve portarmi laddove non pensavo si potesse arrivare. La fine di un racconto deve essere la fine, certo, ma al tempo stesso la possibilità di una nuova narrazione, una riscrittura continua del territorio.
Mi interessa la possibilità di narrazione che essa stimola, un’immagine che va oltre se stessa, non è un semplice evento e nemmeno una sostanza fuori dal tempo. Voglio una fotografia o una scrittura che sia creazione e distruzione, in un oscillare continuo tra i due stadi di sopravvivenza e resa.
Qualcosa di misterioso per chi guarda o legge, ma anche per il fotografo o lo scrittore stesso, perchè la fotografia possa essere una ricerca e non una rappresentazione, perchè la fotografia come la scrittura sia portatrice del dubbio. Cercare se stessi nell’azione, nella quasi perfezione del gesto che racchiude la fallibilità di ogni atto, ecco, è già un buon punto di partenza.

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