Una malattia senza nome, di Sabrina Ragucci

March 19, 2014

Ciò che maggiormente ci inquieta è quando l’ordinario mostra un lieve attrito, un segnale trascurabile all’inizio, ma dal quale emerge presto – attraverso il corpo – qualcosa di spaventoso, in grado di stravolgere le certezze della quotidianità. Il rimprovero rivolto al mondo contemporaneo è una malattia del nostro tempo, l’MCS, intolleranza alle sostanze chimiche di sintesi e alle onde emesse da segnali radiotelevisivi, telefonici, Wi-Fi. La malattia è più diffusa di quanto si pensi: secondo l’Organizzazione Mondiale della Sanità, coinvolge il 3% della popolazione mondiale, ma in molte nazioni, fra cui l’Italia, è ignorata dagli enti governativi, sanitari e dai media. Safe, il film del 1995 interpretato da Julianne Moore e diretto da Todd Haynes, racconta la storia di Carol White, una donna borghese che sviluppa la MCS e vive un incubo letterale e allegorico. Soffre di sensibilità chimica multipla e non tollera più nulla di tossico, dai gas di scarico fino all’aria stessa. Tutto questo costringerà Carol verso un’auto-isolamento, trasformando la sua abitazione in un luogo asettico e protetto. Quasi vent’anni dopo, il film di Haynes diventa preveggente e ci ricorda che la paura nella nostra vita può sorprenderci anche nell’addormentamento domestico, ed è il terrore del telefono con cui comunichiamo, dello shampoo e del deodorante, del rassicurante detersivo che usiamo per lavare e profumare i nostri abiti delicati.

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Partendo da questo senso di minaccia latente e improvvisamente dischiuso, la fotografa danese Thilde Jensen, nel suo libro The Canaries (Lena Publications, pp. 156, 71 imma­gini e 4 inserti, euro 48), imbastisce una narrazione dove i protagonisti ammalatisi di MCS sono costretti a lasciare il lavoro e le loro case per andare a vivere in automobile: una macchina bonificata e rivestita di fogli d’alluminio, scarnificata da ogni componente plastica, solo vetro e ferro. Nel 2003 Thilde Jensen si è ammalata di MCS ed è stata costretta a lasciare New York per ritirarsi in una zona marginale, prossima a un bosco; è entrata in contatto con una comunità di rifugiati dal chimico ed elettromagnetico mondo che ci circonda. La storia che Jensen racconta in The Canaries ha una motivazione biografica ma non si tratta specificamente di fotografia intima, un mezzo di catarsi per l’autrice, e nemmeno di una rappresentazione estetica e minimale; rivela piuttosto un’attenzione a una condizione di vita residuale, all’essere umano che si trova in uno stato postremo d’esistenza, senza più difese, solo un passo prima di arrendersi, la costruzione di una narrazione nella quale Jensen ci immerge come se fossimo i potenziali protagonisti della sua storia.

Oppressa da una malattia che pare essere invisibile se non per gli effetti che ha sui corpi sovraccarichi, la comunità di Jensen è costretta a ritirarsi in luoghi remoti e a vivere in una costante tensione, impaurita e indifesa, lontana da segnali Wi-Fi, da prodotti tossici, evitando così di aprire la finestra su una strada trafficata, di entrare in una stanza con la moquette o le pareti imbiancate. Nel seguire la sequenza ben costruita del libro di Thilde Jensen sappiamo per certo che tutto questo durerà fino alla fine del mondo.

Maria blinded by extreme light and sun sensitivity, rarely out in daylight, Dallas, Texas, 2011

The Canaries non solo ha ottime immagini che si inseriscono e prendono il testimone dalla migliore tradizione americana (e il tema molto forte del libro non sovrasta mai la qualità delle fotografie); a questo si aggiunge un design raffinato dove ogni singolo particolare richiama il senso della storia: dal rosa pallido delle prime pagine – l’aurora avvolge l’inizio delle giornate dei protagonisti – all’alluminio di cui è ricoperto il libro per le nostre mani che lo ricevono. Insomma, nessuno di noi può dirsi in salvo, se non momentaneamente. Sono presenti diversi inserti, che contengono alcune testimonianze, e tra queste l’appello di una donna su un forum online alla ricerca di risposte per rimanere in vita. Nelle ultime pagine c’è un resoconto di Jennifer Wood, ex architetto di successo, che a seguito della MCS perde la famiglia, il lavoro, tutta la solida impalcatura della sua vita. Jennifer Wood scrive che non sapeva cosa fosse un “canarino nella miniera di carbone” fino a quando lei stessa non lo è diventata. Da qui il titolo del libro, The Canaries. Proprio come i canarini che morivano quando le condizioni nelle miniere di carbone diventavano troppo tossiche per poter sopravvivere, e il loro sacrificio era un avvertimento vitale per la fuga dei minatori.

C’è un uomo anziano senza il suo naso, è seduto su una poltrona a strisce colorate, alle sue spalle galleggia il sole di un piccolo quadro, fiori secchi e il divano di un ceto medio appassito; di fianco a lui, appoggiati su un tavolino, una grande lampada e il naso finto tra gli occhiali da infilare per uscire nel mondo: l’uomo sorride leggermente, ricorda Groucho Marx che tolta la maschera indica un passo oltre la soglia del visibile, elimina la caricatura del divino e assume la nostra spaventosa mortalità.

Questo pezzo è apparso su il manifesto

su DOPPIOZERO con fotografie di Thilde Jensen qui

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