Il bambino e l’acqua sporca

June 26, 2015

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Sabrina Ragucci

L’assunzione formale dell’idea di mondo che un artista ci consegna non è tanto una selezione di immagini seducenti o di soli significati, quanto l’accesso a un ambito sconosciuto, fino a quel momento, anche allo stesso artista. È una concezione possibile grazie allo scavo compiuto, poiché, come diceva Benjamin, in nessun caso devono importarci i problemi di forma di per sé. Questa riflessione spinge la ricerca fino a quel fondamento che dà senso anche all’insignificanteFiamma Montezemolo, antropologa e artista che insegna a San Francisco, affronta in Echo ciò che di solito è trascurato. Echo, una delle sue ultime opere in video – prodotto dalla West of Rome Public Arts (fondata da Emi Fontana) – è stata presentata a Roma il 4 giugno alla galleria Magazzino dell’Arte Moderna e il giorno successivo al MAXXI. L’insignificante in questo lavoro è l’inappariscente che sopravvive, ciò che rimane del messaggio nella bottiglia lanciato nell’insensato mare dall’artista. Cosa resta ai destinatari elettivi e agli utilizzatori dell’opera commissionata?

Ed ecco il punto da cui Montezemolo parte: «Questa non è la storia di InSite e dei suoi artisti, ma del divenire dei loro echi». InSite era una manifestazione iniziata nel 1992 e proseguita fino al 2005. Conteneva progetti artistici di vario genere e interesse: interventi site specific, temporanei, collaborativi e di arte pubblica che si svolgevano tra Tijuana e San Diego. I nove artisti – e i progetti scelti da Montezemolo – hanno tutti fatto parte della storia che InSite ha stabilito con la frontiera tra Messico e Stati Uniti, il confine più confine di tutti. Fiamma Montezemolo è partita da questo spunto e ha seguito le tracce di quei lavori, ciò che hanno o non hanno lasciato dietro di sé: le opere di Gustavo Artigas, Christina Fernández, Silvia Gruner, Simparch, Thomas Glassford y José Parral, Itzel Martínez del Cañizo, Krzysztof Wodiczko, Javier Téllez, Marcos Ramírez Erre. Si chiede Montezemolo in Echo: «Nell’effimero e circostanziale dell’arte o nell’esperienza del fuggevole, cosa farà Eco con il messaggio di Narciso?». Le divinità di Silvia Gruner verso dove seguiranno il loro cammino di fertilità? Cosa fanno oggi le donne in difficoltà che hanno collaborato con l’artista Krzysztof Wodiczko, nelle case e nei posti di lavoro? E il telescopio del marinaio di Christina Fernandez continua a indicare percorsi migratori? Ogni volta le risposte che trova Montezemolo sono quelle di un destinatario, Eco, che smembra e ricicla, ruba, dimentica e reinventa. Eco che assembla, non risponde.

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Una delle iniziative di arte pubblica presentate a InSite era quella della cosiddetta acqua sporca. Il progetto si era svolto in due parti: la prima con la costruzione e l’installazione di un gruppo di impianti di depurazione simili a fontane, situati sul confine pedonale che va dagli Stati Uniti al Messico; la seconda, con la loro rimozione e il trasporto a vicine comunità informali come Chilpanchingo. L’intento del progetto era quello di suggerire una soluzione semplice per un’autosufficienza delle comunità. Questo progetto, così come tutti gli altri, da un punto di vista pratico è fallito. Fiamma Montezemolo ha scritto un’e-mail all’artista per capire come aveva metabolizzato l’esperienza. Steven Badgett, tra le altre cose, ha risposto: «Sono tornato in un paio di luoghi del progetto (i meno sviluppati) due volte dopo l’esposizione. Le unità che abbiamo realizzato, con l’aiuto di fabbricanti locali, erano molto semplici ma se non mantenute non funzionavano bene».

Montezemolo in Echo fa tesoro della propria formazione di antropologa, un punto di partenza indispensabile al suo sguardo, ma si mette al servizio dell’arte, attinge a tutta la complessità interpretativa: la narrazione degli artisti, le intenzioni, la rimozione della realtà, la ricezione degli abitanti del luogo, i furti, il disinteresse, l’incomunicabilità e tutto ciò che resta dopo ogni atto performativo, fino a ricongiungere la vita a forme trascendentali dello spirito, e restituire, ancora una volta, l’essere umano: «Dopo questa esperienza non ho perseguito ulteriori progetti con le comunità – una delusione auto-inflitta, poiché c’era molto potenziale di cambiamento […] Ne sono consapevole e non sono contento di fare parte di questa schiera di fallimenti», ribadisce Steven Badgett a Montezemolo, che registra un Eco indifferente ai desideri fallaci, e ci consegna un indizio da cogliere per attraversare il tessuto lacerato della nostra cultura: percorrere un cammino aleatorio, dispersivo e dispendioso, dove si è spesso costretti a deviare, e in cui si può rischiare di non lasciare – e nemmeno trovare – nulla. Un nulla che trascende gli strumenti dell’arte e tuttavia diventa configurazione del medesimo patrimonio simbolico e antropologico, attraverso il quale l’uomo esprime la propria natura e il proprio destino.

Nel 1975 Kosuth pubblicava Artist as Anthropologist ed esponeva da Lia Rumma Praxis, un lavoro espressamente pensato per la città di Napoli e per questo presentato bilingue: in italiano e in napoletano. Kosuth iniziava in quegli anni a riconsiderare la struttura e la funzione dell’arte in relazione al contesto e al ruolo del pubblico, in quanto l’artista «è un modello di antropologo impegnato» che «opera all’interno dello stesso campo socioculturale dal quale si è evoluto». Ho chiesto a Fiamma Montezemolo se riteneva potesse esserci una sorta di continuità, di testimone da raccogliere da quest’esperienza. E lei ha sottolineato alcune evoluzioni inevitabili nel suo approccio rispetto al testo di Kosuth: «La distinzione di Kosuth tra l’antropologia e l’artista-antropologo, specie dagli anni Ottanta, non è più sostenibile se si articola sulla base di una scienza che cerca di evitare un coinvolgimento diretto con la propria cultura». Ma il problema principale nel testo di Kosuth sembra essere un altro: «non solo non dare per scontato che ancora ci siano antropologi che ritengono l’antropologia una scienza oggettiva che ha licenza di rappresentare, ma anche non sottovalutare quanto il rappresentare sia da tempo in crisi». O forse, come direbbe Danto, il punto è che l’arte è sempre qualcosa in più delle condizioni necessarie per esserlo.

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